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Il Novecento è finito Stampa E-mail
Lunedì 21 Giugno 2010 05:36

di Luigi Mascilli Migliorini

Presidente del Cirem e docente all'Università di Napoli l'Orientale

Davvero, come è stato detto, un ciclo storico si conclude in queste drammatiche giornate a Pomigliano. La marcia dei quarantamila della FIAT, camminando a passo cadenzato per tre decenni, arriva ora al suo traguardo, giunge nel cuore della condizione operaia, ne abbatte il protagonismo sociale cresciuto lungo tutto il corso del Novecento e di cui la straordinaria stagione dei diritti, gli anni Settanta del secolo ormai trascorso, sono stati il momento più alto e –ora dobbiamo constatarlo-anche il momento terminale.

Si dovrà, credo, pensare meglio, con più serietà e sobrietà, sulla lettura degli anni Settanta come fase conclusiva e non aurorale, non preparatoria nella storia del movimento operaio e di ciò che ancora chiamiamo socialismo. Basterà per ora dire che il tempo trascorso dal 1980, dall’ascesa di Ronald Reagan alla presidenza degli Stati Uniti fino ad oggi trova, ormai, un senso e una cronologia precisa, di quelle, per capirci, che non fanno fatica a trovare il loro bravo capitolo, con il loro bravo nome, nei Manuali di storia. Ora tutti gli accadimenti, e il vocabolario per raccontarli va al suo posto. In fila si dispongono le liberalizzazioni degli anni Ottanta, da Reagan alla Tatcher, le sfide militari e la fine dell’Unione Sovietica, l’Europa tutta contabile di Maastricht, la globalizzazione dei mercati, la finanziarizzazione del capitale e lo sviluppo di nuovi capitalismi fondati in grande misura sulla compressione generalizzata dei diritti sociali (spesso anche dei diritti umani). E in questo vocabolario ha, ovviamente, il suo posto anche la sinistra, il comunismo e il socialismo che in fondo cadono insieme, via via vedendosi mutare davanti modi e strumenti della produzione, forme del capitale, riferimenti ideali, alleanze internazionali, consenso politico.

Ma non è neppure della sinistra e del suo appartenere, con il suo disorientamento e le sue pochezze, al ciclo storico che oggi celebra il suo apogeo che Pomigliano ci invita a parlare. L’allarme è, forse, ancor più alto e grave di quello che risuona intorno alle sparpagliate e colpevoli forze eredi delle grandi tradizioni socialiste e comuniste del secolo scorso. Sembra quasi –anche se l’accostamento può apparire eccessivo- di essere ritornati oggi ad un’altra, lontana estate quando i movimenti operai di mezza Europa si mossero l’uno contro l’altro nello smarrimento dei propri dirigenti e nella capacità delle grandi borghesie nazionali di porre la questione della guerra nei termini di un inesorabile ultimatum.

Finì allora, con lo scoppio della Grande Guerra, l’internazionalismo delle socialdemocrazie ottocentesche. Finisce a Pomigliano l’internazionalismo mai cominciato, mai veramente praticato di una sinistra che di fronte alla globalizzazione capitalista non ha in questi anni lavorato a solidarietà sociali globali, permettendo ieri che operai inglesi e italiani si contrapponessero nel concorrere a quelli che potremmo definire “i favori” delle localizzazioni imprenditoriali in tempo di globalizzazione e che oggi sia il turno di italiani e polacchi. E come naufragò l’Europa nella Grande Guerra, così oggi naufraga l’Europa nella sua eredità e tradizione novecentesca, aprendo allora come oggi il baratro dell’autoritarismo, il sovvertimento delle gerarchie valoriali, la dissoluzione di quel rapporto tra lavoro e condizione umana che è l’eredità del Novecento e, più indietro, di due secoli di socialità moderna.

Questa prospettiva deve preoccupare tutti, deve coinvolgere chiunque abbia a cuore non le sorti di un’azienda o di uno stabilimento, ma quelle assai più vaste e impegnative di una forma collettiva, di una civiltà. Pomigliano è, dunque, battaglia di civiltà e non querelle sindacale, dove libertà e democrazia sono, in una dimensione che nel tempo e nello spazio va oltre Napoli, oltre l’Italia, a rischio come i posti di lavoro, incorporate –la libertà e la democrazia-  storicamente dentro il lavoro così da vivere o da morire insieme.

 

 

 

 

 

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