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Napoli, 1946: l'appuntamento (mancato) con la Repubblica Stampa E-mail
Mercoledì 02 Giugno 2010 10:36

di Guido D'Agostino

Duri e difficili a Napoli e per Napoli i quasi tre anni intercorsi tra l’insorgenza, pur vittoriosa, delle Quattro Giornate contro i nazifascisti (fine settembre ‘43) e la nascita, attraverso il referendum istituzionale del 2 giugno ‘46, della repubblica, bocciata peraltro dal voto cittadino, filo-monarchico quasi all’80 per cento. Circa un triennio vissuto dai napoletani in maniera spesso disperata, tentando di ritrovare un principio di “ricominciamento”, dopo la tragedia della guerra e quindi della “pace dimezzata”. Del problematico rapporto tra società civile e politica, dei rischi e disagi connessi alla presenza incombente degli anglo-americani, i “liberatori-padroni”, delle terribili condizioni materiali e morali, dei contraccolpi della politica nazionale (Regno del Sud) e internazionale, della troppo lenta ricomposizione di un ceto politico locale in grado pure di riaprire canali di comunicazione con ceti e gruppi sociali inveleniti, stretti tra bisogni spasmodici della quotidianità, echi e suggestioni del passato, paura o comunque scarsa fiducia nel futuro. Del tutto, coglieva, con lucidità pari all’allarme, il senso e la portata l’ottimo prefetto Selvaggi, riportando al Ministero dell’Interno il quadro di una Napoli economicamente prostrata, disgregata socialmente, avvilita dal mercato nero, dalla prostituzione dilagante, da seri processi di sovversione morale e civile, e di certo non aiutata dalla perdurante, ed anzi rinfocolata sfiducia nella politica, verso la quale, anzi, aumentavano rancore e addebito di ogni colpa o responsabilità per le condizioni in cui i cittadini vivevano.

Neppure la liberazione (25 aprile ‘45) e la fine delle ostilità, su tutto il territorio nazionale, la cui vicenda storica e politica si ricomponeva dopo la devastante frantumazione seguita all’8 settembre del 1943, così come I “miracoli” della Giunta Fermariello (dall’inizio del 1945), rimettono le cose a posto. Ed è ancora il Selvaggi a notare, a fine 1945, e mentre il quadro politico nazionale si complica di nuovo e ulteriormente, che permane il senso di fastidio o indifferenza per la politica, nonostante si avvicinino le cruciali scadenze elettorali, oltre a tutto il resto prodotto dalle pessime condizioni materiali di vita della cittadinanza, o di larghissima parte di essa.

Come chi scrive ha già osservato in altra sede, quel malessere è spia di qualcosa di più profondo e radicato, e che torna, enfatizzato dal confronto di nuovo possibile con le altre parti del Paese e da cui la peggio, come sempre, sarebbe toccata al Mezzogiorno.

Il tutto, insomma, per registrare e sottolineare il compattarsi di un esteso fronte reazionario, che è insieme politico, sociale, ideologico e che individua nel governo centrale nazionale il responsabile di ogni guaio, a cui si aggiunge ora, e sempre più marcata, l’individuazione nella repubblica che “altri” vorrebbero far vincere ed insediare, non solo la protagonista negativa dell’abbattimento istituzionale della monarchia, ma anche dell’avvento di un regime foriero di sovversione dei valori tradizionali, della tranquillità sociale e dell’ordine pubblico, insomma il presupposto di un fatale “salto nel buio”.

Al termine di una campagna elettorale eccitata e turbolenta, trionfa a Napoli la monarchia, come già ricordato; nei quartieri ultrapopolari del centro antico (Pendino, Porto) si sfiora il 90 per cento dei suffragi per la Corona; nei quartieri operai (Ponticelli, Barra, San Giovanni) la repubblica ottiene più voti, ma sempre al di sotto, e abbondantemente, della soglia del 50 per cento. Può essere utile qui ricordare il dato regionale per la monarchia (76,5%), quello meridionale (67,4%), quello italiano (45,7%).


Come molti lettori di sicuro sanno, e alcuni ricordano, il dopo-voto è stato particolarmente pesante, tra polemiche, contrasti, disordini e, alla fine, incidenti gravi e violenti, con morti e feriti. Per i sostenitori della monarchia, ed in particolare dopo l’assalto alla sede della Federazione comunista (via Medina) e la morte di uno tra gli assalitori, fatto segno a colpi di arma da fuoco sparati dall’interno della sede assalita, un “olocausto”, con tanto di martiri della causa contro l’ “imposizione” repubblicana e delle violenze orchestrate da Amendola-Caino e dai “questurini” del compagno Romita (ministro socialista dell’Interno). Diverso il tono della rievocazione fattane da testimoni e protagonisti dei fatti.

Nel racconto di Maurizio Valenzi, sarebbe ad un certo punto intervenuta la polizia, ma non quella agli ordini del questore, riluttante ad agire, quanto forze ausiliarie, rinfoltite nei ranghi da giovani venuti dal nord e da diversi partigiani, opportunamente inquadrati dal ministro Romita il quale non si fidava dei “vecchi quadri”, sicché, a suo dire, «quella sera a difendere la Repubblica a Napoli non vi erano più che la federazione comunista e ragazzi della polizia di Romita». Quanto a quest’ultimo, nelle sue Memorie ha scritto: «in una sola notte feci sostituire tutte le forze dell’ordine presenti a Napoli. In tal modo, portai sul posto elementi nuovi, estranei all’ambiente, più liberi di agire con quell’imparzialità che il delicato momento imponeva. Nessuna misura di prudenza, d’altra parte sembrava eccessiva. Era stato previsto a Napoli un corteo repubblicano: ebbene, ritenevo fosse meglio non consentirlo». In questo modo, la città «sebbene sotto l’incubo degli avvenimenti recenti, sebbene turbata dal sangue versato, sebbene inasprita, addolorata, restò calma. Fu un’operazione difficile, pericolosa, ma, per fortuna, ben riuscita». E ciò, aggiunge, anche grazie al senso di responsabilità di esponenti monarchici, quali il generale Bencivenga e lo stesso, nuovo, Prefetto; in tal modo - conclude con enfasi - «l’Italia fu salva».

L’Italia e la Repubblica appena nata, effettivamente, uscivano così dal delicatissimo passaggio; meno bene ne usciva Napoli, ancora una volta rimasta, per così dire, ostaggio di se stessa; come sospesa, pietrificata, tra passato e futuro, sospinta dall’atavico, e ritornante, bisogno di protezione ed in bilico, corriva e irresoluta, «non trovando nel presente o nel futuro punti di riferimento solidi e tranquillizzanti».

Ancora una volta, insomma, ma non la prima né l’ultima, di un appuntamento mancato, o, forse, l’ostinata rivendicazione d’una propria autonomia, e persino, anomalia, nel rapportarsi al corso della “grande” storia.

 

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