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Napoli: città sociale e produttiva Stampa E-mail
Venerdì 28 Maggio 2010 13:21
Contributo alla costruzione di un programma

di Riccardo Festa
architetto, comune di Napoli

La fase attuale di transizione urbana si caratterizza sempre più attraverso l’espansione del disagio sociale, con il restringimento dei diritti dei lavoratori e con una continua e costante precarizzazione accompagnata dalla modificazione delle forme spaziali, istituzionali e di governo delle nostre città.
La creazione di lavoro stabile, la difesa e l’allargamento dei diritti, il controllo sui processi di trasformazione urbana divengono temi centrali insieme all’idea che non c’è centrosinistra senza democrazia e che non c’è democrazia compiuta senza un’ampia crescita di partecipazione ai processi di formazione delle decisioni politiche.

Il territorio urbano in questa fase si trasforma a partire dalle grandi aree rese disponibili dalla dismissione industriale che insistono all’interno della città dilatata.
I comuni non disponendo di capitali sufficienti devono reperire risorse per attivare la rigenerazione di quei luoghi. La logica dell’attrazione del capitale finanziario necessario, pone gli abitanti di quelle aree in una condizione di marginalità rispetto alle scelte da operare. Le politiche messe in campo tendono ad escludere la partecipazione di quegli attori alle attività di pianificazione e i cittadini avvertono sempre di più la sensazione di subire quelle scelte.

In questi luoghi di confine tra consenso e critica si generano tensioni alle quali bisognerebbe prestare maggiore attenzione attraverso il metodo permanente dell’ascolto e dell’interazione.
Metodo questo, che aiuterebbe la formazione di una nuova classe dirigente capace di dare una diversa spinta propulsiva all’innovazione e al cambiamento.
Si può cambiare se si ha la capacità di coinvolgere nei progetti da realizzare uomini e donne in carne e ossa fatti di sogni, passioni, bisogni, sofferenza, ma soprattutto speranze. Questa è la vera risorsa. La speranza accumulata in anni di ritardo al cambiamento. Bisogna essere in grado di riorganizzare il sapere diffuso e il capitale umano e, con questi, essere il motore propulsore di una grande alleanza tra istituzioni e società.

Si impone l’esigenza di una lettura diversa del territorio, sia come intreccio inseparabile di ambiente fisico, naturale, costruito e antropico (abitato dall’uomo), sia come sistema di relazioni che genera l’identità di un luogo e lo trasforma in soggetto vivente.
In questa visione il territorio non è un bene da salvaguardare al lato dello sviluppo, ma è il bene che produce la forma, la qualità, lo stile dell’insediamento umano. Per fare questo c’è bisogno di sapienza ambientale generata dall’incontro tra sapere esperto e sapere diffuso, ossia, sapere sociale posseduto da chi abita i luoghi.

Napoli deve investire sulla qualità delle tre dimensioni dello sviluppo sostenibile: economica, sociale e ecologica.

Dobbiamo essere in grado di costruire un rapporto nuovo con il territorio, un modello di sviluppo diverso dal pensiero unico della così detta civiltà industriale e tecnocratica, basandosi sulla capacità di sviluppare biodiversità (non solo topologica ma anche culturale, scientifica, materiale), attivando politiche elastiche di adattamento all’innovazione in relazione alle diversità delle aree e dei saperi locali, promovendo quei settori ad alto contenuto di conoscenza, di qualità, di innovazione tecnologica. Il problema non è solo in cosa produrre ma in come lo si fa.
Se in via schematica si condivide: “che la logica della sostenibilità impone di non impoverire il patrimonio territoriale né quantitativamente né qualitativamente e di non consumare irreversibilmente risorse non riproducibili se non per motivi di assoluta preminenza”, allora,  tale patrimonio diviene uno dei beni fondamentali al quale tutti debbono avere la possibilità di accedere e che nella trasformazione di esso, siano preminenti le aspettative, dei soggetti meno  rappresentati e garantiti. Quindi, a tutti i livelli, si pongono problemi di equità, che dovrebbero impegnare (soprattutto le amministrazioni pubbliche)  a produrre programmi e progetti con ricadute meno inique e, insieme, a costruire politiche compensative. Una logica solidale di sostenibilità si sviluppa dunque, non solo nella sfera ecologica e in quella ambientale, ma anche, e direi soprattutto, in quella sociale.
 

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