





| Ancora Sud |
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| Lunedì 24 Maggio 2010 16:41 |
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di Adriano Giannola Ordinario di economia bancaria dell’ Università di Napoli Federico II 1. I conti senza l’ oste: il dualismo dimenticato Di fronte all’ intensità dell’ attuale crisi, si invoca un “progetto” che oltre a fronteggiare l’ emergenza consenta di uscire da “questa” crisi più forti e competitivi; un proposito encomiabile, ma di difficile attuazione stante la sostanziale incapacità di fare i conti con quel tratto fondamentale rappresentato, piaccia o meno, dalla natura dualistica del Sistema Italia. All’ analisi, si preferisce la retorica della “questione settentrionale” e la pretesa opportunità offerta dal federalismo fiscale. Come al solito, la storia si ripete; la memoria corre alla teoria dei “due tempi”, alla legge 675, alla lunga fase di “aggiustamento strutturale” (ridotta al binomio inflazione – svalutazione) che seguì lo schock petrolifero del 1973 - 1974. Da allora, progressivamente, l’ appello ai meccanismi autopropulsivi, e alle virtù terapeutiche del mercato ha decretato il superamento, prima, e proclamato l’ inesistenza, poi, della Questione. Il tema del dualismo viene così espunto, dissolto in un narcisistico localismo che rimprovera ancor oggi la realtà di non realizzare le prescrizioni della “sua” favola. E il rapporto Nord – Sud, lungi dalla convergenza, segnala una progressiva disarticolazione dell’ economia e della società italiana. Guardando al passato più recente, dopo i dieci anni sprecati (tempo e risorse) sui tanti Mezzogiorno cari alla Nuova Programmazione, il dualismo pone il problema di fondo del nostro ruolo nell’ Unione Europea, nell’ allargamento alla luce dell’ Istituzione - moneta unica (“novità” ormai vecchia, che la Commissione europea è ben lontana dall’ aver metabolizzato e che ha mutato le relazioni tra i territori dell’ Unione). Per tornare a confrontarsi con realismo e franchezza, su basi analiticamente fondate è quanto mai raccomandabile una prospettiva storica specie se vogliamo capire da dove veniamo e dove possiamo andare come Sistema esposto alle tumultuose accelerazioni della globalizzazione. In passato la radicale arretratezza del Mezzogiorno fu il fulcro su cui poggiare la leva dell’ industrializzazione di tutto il Paese, che nel 1957 consentì di entrare in Europa inaugurando una stagione di politica industriale che fornì la piattaforma al “miracolo” del secondo dopoguerra. Ci si può oggi risvegliare dal lungo sonno, scoprendo ancora la possibilità di trasformare il Sud da negatività assoluta a protagonista positivo per affrontare i nostri problemi strutturali? Penso di si a patto che si abbandoni l’ illusione di virtuosi spontaneismi o la fiducia in catartiche rivoluzioni morali. Per rimettere le cose con i piedi per terra sarebbe anzitutto opportuna una intensa fase di controinformazione rispetto a stantii luoghi comuni, decisivi, nel dettare azioni e strategie fallimentari sia sul piano nazionale che su quello più strettamente locale. Da questo limitato punto di vista i temi sui quali fare chiarezza sono principalmente tre: dipendenza finanziaria, federalismo, debito pubblico. Si tratta di tre cavalli di battaglia del redivivo Lombardo – Veneto e della solidale appendice tosco – emiliana; tre facce della questione unica rappresentata dai rapporti tra territori; un terreno sul quale il confronto si fa rapidamente scontro di interessi. 2. Trasferimenti, costituzionali e non, emersi e sommersi Tema di fondo è il supposto ruolo parassitario e frenante del Sud, ipotetico destinatario di esorbitanti flussi di traferimenti di risorse dal resto del Paese, la cui incidenza crescente avrebbe determinato l’ irrompere della questione settentrionale con la pressante richiesta di sanare la insopportabile “ingiustizia fiscale” che tarperebbe le ali al Nord. Unanime il Consiglio regionale della Lombardia, autorevolmente ispiratosi a Lincoln, lamenta “… il Nord è stanco di correre con le catene ai piedi…non si può rinforzare il debole indebolendo il più forte” e denuncia che “…Oggi i nostri cittadini pagano le tasse, creano ricchezza ma i trasferimenti vanno ad altri. Questo rischia di compromettere non solo la locomotiva lombarda ma l’ intero sistema economico italiano”. Immagini certo suggestive, molto esplicite che hanno trovato ampi consensi. I trasferimenti “impropri” convogliati dal Nord al Sud che darebbero corpo alla insopportabile ingiustizia fiscale, legittimando un “diritto di restituzione” sono una categoria tanto suggestiva quanto fantomatica. Un dato di sintesi mostra semmai che il flusso dei trasferimenti (stimato come d’ uso con la proxy delle importazioni nette) come quota del prodotto regionale lordo si è drasticamente ridotto dall’ inizio degli anni Novanta passando da valori superiori al 20% a livelli del 13 – 15%. La spesa pro – capite per voci particolarmente connesse allo sviluppo economico e sociale, è sistematicamente e progressivamente più sfavorevole al Sud; e la voce di spesa pubblica in conto capitale che ogni documento governativo fissa attorno al 45% realizza valori effettivi ben inferiori, con una dinamica che si fa via via più penalizzante nel corso degli anni. Più in generale, lungi dall’ essere “impropri”, i flussi finanziari contabilizzati, sono pseudo - trasferimenti che nulla hanno a che fare con Settentrione o Meridione ma semplicemente (ed in misura del tutto inadeguata) obbediscono al principio costituzionale per il quale ogni cittadino – finchè è tale - in quanto contribuente, a fronte dei suoi doveri, è titolare del diritto di fruire di servizi pubblici (difesa, istruzione, giustizia, sanità, ecc.), indipendentemente dal censo e – a maggior ragione – dalla residenza; essi realizzano una tipica funzione esclusiva dello Stato: quella redistributiva. Sostenere l’ illegittimità di tali trasferimenti non ha fondamento in uno Stato sia esso a governo centrale che federale; diverso il caso di un sistema confederale ove ogni confederato definisce diritti e doveri di cittadinanza che possono essere ben diversi da Stato a Stato. Non è, questa, una notazione marginale, infatti solo in base ad essa, l’ invocazione nei termini proposti dalla Lombardia del “diritto alla restituzione”, potrebbe essere avanzata ponendo al contempo al riparo la Regione – Stato dal riconoscere legittimità ad una pari invocazione da parte di qualsiasi livello territoriale (Provincia, Comune, quartiere, condominio, e così via). Non risulta (ancora) che Brescia avanzi pretese su Milano o San Babila sui quartieri periferici meneghini; e certo i residenti di San Babila contribuiscono a finanziare i servizi delle aree periferiche contigue. Una conferma di quanto infondati siano i luoghi comuni che alimentano queste pretese viene da un semplice esercizio condotto su un confronto Nord - Sud tra residuo fiscale “neutrale” ed effettivo, dove per residuo fiscale si intende la differenza tra il totale delle entrate e delle uscite della Pubblica Amministrazione escludendo dalle entrate la spesa per il pagamento degli interessi sul debito pubblico. Il residuo fiscale “neutrale” con il quale si confronta quello effettivo viene calcolato per le due circoscrizioni ripartendo la spesa complessiva in base alla popolazione e le entrate complessive in base al reddito. Dal confronto si evince che il Centro – Nord dal 1992 in poi è stato sì fornitore netto di risorse ma in misura significativamente inferiore rispetto alla situazione definita “neutrale”, ovvero quella che avrebbe dovuto verificarsi se entrate e spese (in ossequio al dettato costituzionale, ed a un principio elementare di finanza pubblica) fossero state ripartite rispettivamente in base alla capacità contributiva (doveri) ed alla consistenza fisica (diritti) dei cittadini residenti nelle due aree (Giannola, Scalera (1996)). Al mosaico dei “trasferimenti” va poi aggiunta la tessera dei trasferimenti “in nero” tra Nord e Sud connessi alla gestione del debito pubblico che (per la data struttura territoriale della detenzione di titoli del debito pubblico) ha imposto al Mezzogiorno fin dall’ inizio degli anni Novanta una occulta, pesante redistribuzione finanziaria prodotta dai corposi surplus primari finalizzati all'obiettivo di stabilizzare il rapporto debito pubblico - prodotto interno lordo. Non è certo per caso che il valore delle importazioni nette meridionali cade di molti punti, da quando si realizzano significativi surplus primari. Ovviamente ciò rappresenta la manifestazione geografica del generale pesante onere che (alla luce della cosiddetta equivalenza ricardiana) la politica di rientro pone a carico dei non detentori di titoli pubblici, quale che sia la loro residenza e che nel contesto dualistico produce una naturale concentrazione degli effetti sui residenti meridionali. Stime di massima indicano una redistribuzione di risorse finanziarie a sfavore del Mezzogiorno dell'ordine di un miliardo di euro nel 1992 e di oltre 3 miliardi di euro nel 1993, quando il meccanismo degli avanzi primari va a regime. 3. Federalismo fiscale Certo, su questa base, le pretese del Consiglio regionale della Lombardia sono a dir poco rudi. Ed in effetti, come noto, esse hanno lasciato il passo alla mediazione tattica del Disegno di Legge Delega ormai approvato dai due rami del Parlamento con la significativa astensione del maggior partito di opposizione che vi ha trovato molto della lettera e dello spirito del disegno di legge Padoa Schioppa presentato dal precedente Governo Prodi alla fine della scorsa legislatura. In generale, il progetto del Governo cela ipotesi “tossiche” di perequazione nettamente penalizzanti per le regioni del Sud e, per converso, assicura ingiustificate posizioni di rendita a favore delle aree più forti. Anche quando si ipotizza l’ integrale finanziamento dei cosiddetti Livelli Essenziali delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali su tutto il territorio nazionale se – come ancora prevede l’ art. 6 - la regione rispetto alla quale calcolare l’ aliquota di compartecipazione ai tributi sarà una regione e non la regione più ricca (cioè a più elevata capacità fiscale), ciò determina un eventuale bonus a favore di tutte le regioni più ricche di quella (o della media di quelle) che sarà presa a riferimento. E’ poi anche plausibile immaginare che una corretta imputazione di costi agli obiettivi di servizio standard condurrà ad un livello di fabbisogno finanziario del tutto incompatibele per l’ equilibrio complessivo. Non sfugge infatti a nessuno che proprio al Sud i cosiddetti livelli di servizio offerti (anche “al lordo” dell’ antropologica inefficienza) sono ampiamente inferiori a quanto è garantito in media a livello nazionale; il che è una ulteriore macroscopica smentita della natura “impropria” dei trasferimenti. In nome della sostenibilità finanziaria potrà allora essere giustificato abbassare gli standard, con il che codificando regimi “effettivi” diversi dei servizi essenziali tra le regioni a seconda della possibilità di integrare i nuovi standard con la loro capacità fiscale. La penalizzazione delle regioni più deboli (e la rendita delle regioni più ricche) è inoltre fin da ora sancita con certezza, dai meccanismi perequativi previsti per il finanziamento di tutte le altre funzioni attribuite (che concernono, energia, ambiente, ricerca, formazione; cioè ambiti essenziali per alimentare e sostenere politiche di sviluppo). In base ad una realistica simulazione (SVIMEZ 2009), l’ effetto sarebbe tale da fare scendere la quota di risorse attribuite al Sud dall’ attuale 40% al 25% a vantaggio del Centro Nord che salirebbe dal 60% al 75%. Infine, quanto al comma 5 del 119 con il quale la Costituzione fa ancora salva la potestà esclusiva dello Stato a destinare risorse aggiuntive per programmi straordinari di intervento a favore della coesione sociale, la legge delega subordina tale potestà alla intesa con la conferenza unificata delle regioni; un vincolo decisamente inadatto a definire e condurre azioni di sviluppo in situazioni specifiche. Oltre che improprio dal punto di vista dell’ efficienza ed efficacia operativa, il contenuto dell’ art.14 del D.L.D. appare del tutto incostituzionale. Né più coerente ad una logica di sviluppo è il richiamo alla “fiscalità di sviluppo” (articolo due) laddove prevede la possibilità di introdurre “… in conformità con il diritto comunitario … forme di fiscalità di sviluppo, con particolare riguardo alla creazione di nuove attività di impresa”. Il richiamo cogente al diritto comunitario – di per sé in teoria superfluo – segnala una chiara volontà interpretativa di questo strumento che rafforza, anzi blinda ermeticamen,te, piuttosto che rimuovere, l’ inopportuna distorsione verso un approccio a politiche di sviluppo del tutto inadatta al contesto dualistico. Il neologismo fiscalità di sviluppo sembrerebbe alludere al più popolare concetto di fiscalità di vantaggio ma in realtà lo svuota di qualsiasi valenza utile al nostro caso riaffermando la posizione dell’ Unione Europea che è stata finora penalizzante, impedendo categoricamente dietro il paravento della non ammissibilità di una “selettività territoriale” ogni diversificazione fiscale “interna” a un Paese. Il che, in un regime di moneta unica che di fatto abroga ogni distinzione tra Stati e Regioni appartenenti ad uno Stato, introduce una inconcepibile asimmetria (una macroscopica violazione proprio di quel principio di concorrenza che a parole si dice di voler tutelare) che non consente difesa rispetto alla eterogeneità fiscale tra Stati. La legittimazione di mantenere tali diversità (che invece l’ UE tollera) in caso di unione monetaria non ha fondamento; al contrario si imporrebbe l’ esigenza di una rapida convergenza fiscale. Se questo è impossibile, come è finora avvenuto, allora ogni singolo Stato deve essere messo in condizione di attrezzare la difesa e, nel caso si vogliano promuovere politiche di sviluppo in realtà dualistiche, ciò porta necessariamente all’ adozione di una fiscalità differenziata anche al suo interno, tra le diverse parti. Nel caso italiano, dunque, un oculato governo di questa differenziazione rappresenterebbe una dimensione quanto mai opportuna. Ma il richiamo alla “… conformità con il diritto comunitario” del testo di legge delega va in tutt’ altra direzione. Infatti la differenziazione fiscale che la “nuova” giurisprudenza della UE ammette si applica ad enti dotati di “piena autonomia istituzionale, procedurale e finanziaria” rispetto al governo dello Stato di appartenenza; il che apre la strada non a ipotesi di fiscalità di vantaggio ma, al contrario, incentiva una competizione fiscale tra regioni a evidente vantaggio delle regioni a maggiore capacità fiscale. 4. Sud e declino italiano L’ infondato argomento dei trasferimenti impropri alimenta, nell’ immaginario collettivo, l’ immagine di un Sud che tarpa le ali allo sviluppo nazionale, fornendo una chiave di lettura distorta rispetto al fatto che il Sistema – ormai privo dello scudo valutario - mostra la corda anche nelle sue punte avanzate. Da più di dieci anni, ben prima della presente crisi, l’ Italia stenta a tenere il passo tutt’ altro che eccezionale dei Paesi dell’ Unione. La semplice lettura dei dati per il periodo 2001-2007 mostra che l’ impasse dell’ industria manifatturiera (il nostro “cuore”) coinvolge alla pari Nord e Sud ed il confronto con il resto d’ Europa svela un’ impietosa evidenza. A fronte di un dato cumulato della crescita del prodotto manifatturiero pari al 15,2% nell’ Eurozona (17,5% in Germania, 9,7% in Francia) il nostro Settentrione segna un eloquente -1,5%, appena meno peggio della flessione meridionale pari a – 2,6% . Ugualmente significativo è il dato cumulato del tasso di crescita della produttività del lavoro, negativo sia al Centro –Nord (-1,6%) che al Sud (-2,1%). Ne consegue un costo del lavoro per unità di prodotto in crescita esponenziale (22,2% al Nord, 25,9% al Sud) laddove negli altri Paesi (-11.1% in Germania; -2,4% in Francia) e nella Zona Euro (- 1,6%) esso è in flessione. E ciò nonostante che i salari reali italiani siano tra i più bassi e meno dinamici d’ Europa. Sembra dunque che, a tuttoggi, complessivamente, la ipotizzata fase di intensa ristrutturazione sia un mito che ben poco abbia giovato alle capacità competitive dell’ industria italiana quale che sia la sua localizzazione. Alla sconsolante evidenza, corrisponde una ancor più sconsolante carenza di strategia, se si prescinde da quella che vede la via di uscita nel liberarsi del problema del Sud, inteso come l’ ostacolo e l’ epicentro delle patologie del sistema. 5. Per un meridionalismo proattivo Dunque sono tutt’ altro che infondati, i timori e le ragioni di scetticismo che si accompagnano a chi, da Sud, osserva come sia illusoria l’ idea che l’ antidoto al progressivo spegnersi del “motore” italiano sia rappresentato dalla “opportunità” del federalismo fiscale. Ad un gioco imposto, evidentemente, non ci si può sottrarre dal partecipare. Chi rischia di perdere dovrebbe – avvedutamente – rilanciare, il che è la cosa più difficile. Specie se si è convinti che, nel caso specifico, la scommessa da fare è quella di indicare proprio nel Sud la “nuova frontiera” del Sistema Italia. Il riproporsi del Mezzogiorno come opportunità strategica, emerge per varie ragioni, e non esime certo da un giudizio impietoso sull’ esperienza e sui risultati conseguiti dalle regioni meridionali da alcuni anni a questa parte. Certo, si deve anche osservare – come sommariamente si è fatto sopra - che a livello macroeconomico le performance delle regioni meridionali non sono molto diverse da quelle di reputate consorelle del Centro –Nord, e che esse sono state ottenute in un regime di razionamento delle risorse – fondi strutturali inclusi! - intenso e progressivo che smentisce i luoghi comuni correnti. E, per inciso, è a dir poco curioso che i grandi sacerdoti della Nuova Programmazione si accorgano di ciò con dieci anni di ritardo! Se, certo, un ragionamento sui limiti e sui drastici correttivi necessari dovrebbe essere un processo endogeno e non calato dall’ alto fidando sulle virtù dei costi standard, parimenti sarebbe bene porre in evidenza il ruolo che, rispetto a tante disastrose emergenze, spetta all’ incapacità dello Stato centrale che dimostra di aver finora interpretato alla rovescia i principi di sussidiarietà appena introdotti in Costituzione negli articoli 118 e 120. Per fare questo salto, tanto più necessario in considerazione della sfida rappresentata dal processo di “allargamento senz’anima” che l’ Unione va realizzando, é di vitale importanza che il Sud eviti di muoversi in ordine sparso, attrezzandosi invece a definire le linee portanti di una strategia comune dal quale emerga il ruolo, la concreta legittimità degli interessi e la funzione propulsiva che il Mezzogiorno può assumere in Italia, come “Regione d’ Europa”, protagonista di una direttrice mediterranea di sviluppo. Sembrerebbe un’ ovvietà, ma così non è, e infatti oggi osserviamo l’ eclatante paradosso della Francia che si fa interprete di questa aspirazione mentre l’ Italia – Padana arranca imbarazzata, tutta intenta a far saltare i ponti mediterranei per neutralizzare il mal meridionale. Per proporre, ancor prima di tentare di vincere questa scommessa, è necessario partire dalla definizione di una gerarchia di obiettivi, superando anzitutto lo spontaneismo dispersivo che finora ha caratterizzato l’ ideologia paralizzante dello “sviluppo dal basso “ e la pletora dei suoi strumenti pattizi. Per etichette, almeno tre sono i terreni sui quali la collaborazione istituzionale dovrebbe svilupparsi in forme capaci di dare contenuti a una vera Regione d’ Europa trainante. Primo obiettivo è di incrementare adeguatamente la competitività di ogni singola regione attraverso un rafforzamento di sistema. Da questo punto di vista, fare rete é un’esigenza imprescindibile. A tal fine, il primo obiettivo è quello di intervenire sull’ attuale specializzazione produttiva che, se già oggi non è delle più favorevoli, tanto meno lo sarà in prospettiva. Si affronta così un problema che è nazionale. Ciò impone un coordinamento di politiche industriali, del lavoro e dell’ innovazione, tra regioni affiancato da un regime di vantaggio fiscale effettivo, rilevante e finanziato proprio dalle risorse europee. Un “vantaggio” da concentrare sui fattori strategici ai fini dell’ incremento della competitività e di arricchimento della specializzazione produttiva (filosofia dellla filiera, più che dei distretti e promozione del local content) in settori che nel Mezzogiorno sono presenti già ora con reali prospettive di diventare trainanti. L’ obiettivo è quello di superare un modello che di fatto trova ancora (con le cosiddette esportazioni interne) un fondamentale fattore di sopravvivenza nell’ integrazione dipendente (non di rado via sommerso e lavoro in nero) con il Centro - Nord. Il persistere di questa integrazione peraltro, è un fattore condizionante che impedisce di dare contenuto alla evocata opzione mediterranea, perché finché abbiamo un’ economia che galleggia sul sommerso, il Mediterraneo rimarrà un pericoloso fossato da guadare, una barriera protettiva più che una via d’ integrazione e di sviluppo. Questa linea di intervento, deve poggiare su efficaci misure di attrazione che, rafforzando il local content della produzione industriale in settori strategici (energia, ambiente, agricoltura), consenta di allineare gradualmente gli effetti dell’ impatto delle risorse investite a quelli della tradizionale spesa infrastrutturale contribuendo così a saldare i tanti buchi della “pentola” meridionale. Che ciò non sia un effetto di poco conto lo si può giudicare da alcuni dati stimati dall’ IRPET concernenti la percentuale di valore aggiunto attivata dalla domanda finale interna trattenuta all’ interno della circoscrizione. Per l ‘ industria alimentare il 92% del Centro – Nord si confronta con il 66% del Sud; e così il 96% con il 63% nel comparto dei prodotti in metallo; il 97% con il 55% nella meccanica; il 92% con il 62% nel comparto dei mezzi di trasporto; il 97% con il 48% per legno, metalli e plastica; il 92% con il 60% nella chimica, e così via. La secca evidenza di questi numeri, è la più eloquente illustrazione di cosa si intende quando si sottolinea l’ urgenza di realizzare nel Mezzogiorno il passaggio dalla dipendenza all’ economia dell’ interdipendenza. Va anche predisposto un “fattore di coesione e salvaguardia“ rispetto ai rischi della versione anche edulcorata di questo federalismo fiscale. A tal fine – oltre alla vigilanza ed alla “controinformazione” nella attuazione delle deleghe governative – si dovrà porre sul tappeto il problema della imputazione del debito pubblico su scala territoriale. Ciò evidentemente non per proporre una gestione di tanti debiti regionalizzati, ma per evidenziare una corretta imputazione, appunto, degli oneri e dei “vantaggi” che l’ attuale dimensione e dinamica del debito comportano. Sarà opportuno muovere dal benchmark definito in conformità al principio dell’ equivalenza ricardiana, secondo cui ogni territorio è chiamato “naturalmente” a rispondere della quota di debito corrispondente a quella di titoli pubblici della quale è titolare. Il che sarebbe una interessante applicazione del principio di “orizzontalità” tanto caro al quadrilatero Lombardo – Veneto - Tosco – Emiliano. La questione apre opportunamente alla logica degli stock oltre che dei flussi (finora curiosamente assente nella discussione sul nostro pesudo-federalismo fiscale), una dimensione essenziale tecnicamente oltre che opportuna per indurre a miti consigli le pulsioni oltranziste padane. Terzo elemento, di rilevanza cruciale, riguarda la disponibilità e l’ uso della leva creditizia e finanziaria. Va anzitutto sdrammatizzata la lamentata carenza di investimenti esteri, non per disconoscere il ruolo di un apporto potenzialmente rilevante che potrà attivarsi solo se sollecitata da una vera “fiscalità di vantaggio”, ma per non legittimare illusorie fughe in avanti utili solo a distogliere l’ attenzione dall’ emergenza ben presente (che il disastro dei mercati finanziari rischia di rendere ancor più esiziale) che incide proprio sulle risorse potenzialmente disponibili. E’ il caso del risparmio meridionale, tutt’ altro che scarso, che da metà anni Novanta alimenta in misura ben più consistente che in passato le aree più forti del Paese. Si parla tanto della salvaguardia del risparmio per fermarsi ad alcuni – pur rilevanti – aspetti formali. Non si parla del fatto che il risparmio del Sud accompagna con scarsa efficacia la sua economia; e ciò grazie al peculiare processo di ristrutturazione del sistema creditizio che determina oggettivamente per le grandi banche operanti nel Mezzogiorno convenienze di breve – medio termine largamente eterogenee rispetto agli interessi delle comunità e delle imprese locali. Con un eufemismo si può dire che fa riflettere che il rapporto impieghi depositi al Sud, nel 1990 pari all’ 81,1% di quello settentrionale, sia sceso nel 1998 al 78% ed al 75% nel 2007; ancor di più che (sempre come percentuale del settentrione) il rapporto impieghi sul prodotto lordo regionale del Sud sia passato dal 67% del 1990 al 68% del 1998 al 56% del 2007. Su questo terreno l’azione coordinata di più regioni che navigano nel mare federale può realizzare un ben più valido presidio delle risorse proprie, collocando nel suo giusto contesto questo prioritario problema di sistema. Oggi viviamo un passaggio che prospetta la possibilità di un’ evoluzione possibile che inizi a schiodare l’economia del Mezzogiorno dal suo carattere di strutturale dipendenza, con tribuendo dinamicamente a migliorare il quadro di un sistema che è complessivamnete in sofferenza. In questo quadro che è urgente modificare, l’ azione coordinata a livello istituzionale, tesa a definire obiettivi coerenti di un progetto comune, rappresenta una condizione necessaria per superare la razionalizzazione della dipendenza postulata negli ultimi anni dal “localismo autopropulsivo”, e per riavviare la costruzione di un’ economia dell’ interdipendenza che riprendendo le fila dell’ intervento attivo, realizzi le condizioni per cogliere l’ obiettivo dello sviluppo. E’ dunque la forza delle cose, non i rimpianti o le nostalgie, che dovrebbe portare a riconsiderare in forma nuova, adeguata ai tempi, il Sud. Per non subire i rischi di un uso strumentale ed illusorio della prospettiva pseudo – federale, che di fatto mira a stringere una cintura sanitaria entro la quale confinare il Sud, va ribadito ruolo e protagonismo di territori che le dinamiche in atto tendono invece a rendere elemento residuale, passivo e al traino di azioni e interessi “altrui”. Rispetto alle sollecitazioni disgregatrici, la prospettiva di una grande “Regione d’ Europa”, di un baricentro meridionale, è indispensabile per cogliere, per non dissipare l’ opportunità che la ritrovata centralità mediterranea offre in modo privilegiato al Sistema Italia. Riferimenti bibliografici Giannola A, Scalera D. “Finanza pubblica e autonomia regionale: riflessioni sulle politiche di riequilibrio e sulle prospettive di federalismo fiscale” in Lilia Costabile (a cura di) Istituzioni e sviluppo economico nel Mezzogiorno ”; Il Mulino, Bologna 1996. SVIMEZ, gruppo di lavoro in materia di federalismo fiscale, “Il disegno di legge per l’ attuazione del federalismo fiscale e le prospettive delle regioni deboli d’ Italia” in Quaderno SVIMEZ n.18, Roma 2009 |