Faito, la montagna dove lo Stato non arriva

by admin 1 on 27 marzo 2014

in saperi e ambiente

di Gianni Aniello e Fabrizio Geremicca

Quando arrivi su, al Faito, nella testa ti spuntano due idee. La prima è che Dio deve pur esistere da qualche parte, perché tanta bellezza e panorami così spettacolari non possono essere frutto del caso.
La seconda è che lo Stato non c’è. E’ morto, forse. O da lì non è passato. Tutt’al più ogni tanto manda qualcuno a dire che vorrebbe pur esserci, ma è impegnato.

Il paradosso, su questa cima di 1131 metri sopra il livello del mare, alle cui pendici comincia il parco regionale dei Monti Lattari, è che le vie d’accesso sono ufficialmente chiuse. Tutte. La funivia che sale da Castellammare si è fermata nel settembre del 2012, dopo oltre 60 anni di onorato servizio. La motivazione ufficiale che fornisce l’EAV Bus, l’ente gestore, è “lavori di adeguamento strutturale”. Cioè messa in sicurezza e adeguamento alle normative. Sono anche stati stanziati fondi regionali, due milioni di euro, ma sui tempi della riapertura nessuno si sbilancia. Intanto, rebus sic stantibus, è stato desertificato un altro pezzo di montagna. Il piazzale che ospita la stazione a monte è spettrale: porte sbarrate, insegne mute, biglietteria e bar chiusi e con essi anche il Papillon, la baita che ospitava il pub dirimpettaio. Non che facesse affari d’oro, ma almeno durante “la stagione” lavorava.

L’altra via d’accesso su quel versante: la strada che parte dalla Reggia del Quisisana, fatta costruire dal conte Giusso il secolo scorso, bellissima e scoscesa, ufficialmente inibita alla viabilità perché troppo stretta – ma fino all’anno scorso abbondantemente utilizzata  da pendolari, residenti, addetti ai ripetitori radio-televisivi e villeggianti – non ha retto all’incuria e alla devastazione. Il taglio abusivo di alberi a scopo di lucro e la conseguente occlusione dei valloni di convogliamento delle acque, sapientemente previsti dagli ingegneri che la realizzarono, hanno provocato frane e smottamenti, rendendola di fatto impraticabile. Il suo rischio idrogeologico è una spada di Damocle sul tratto tra Scanzano e Pozzano, frazioni di  Castellammare, ma intanto nei suoi primi tornanti continua a essere frequentata da coppiette in cerca di tranquillità e da sversatori abusivi di rifiuti.

Restava la strada maestra, l’ex Strada Statale 269, oggi Strada Provinciale, che da Vico Equense portava su. Il 4 marzo scorso un grosso macigno è franato all’altezza del km 12,700. Per qualche giorno è rimasto lì, senza che nessuno se ne prendesse cura. Poi qualcuno ha avvertito i Vigili del Fuoco che, una volta giunti sul posto, non hanno potuto che chiudere la viabilità per il rischio frane, in attesa della messa in sicurezza del costone di roccia. Che a oggi non è avvenuta. Nei giorni scorsi, una squadra di operai un po’ impacciati – e reticenti nell’indicare il soggetto per cui stavano lavorando, raccontano alcuni testimoni – ha provveduto a frammentarla e a rimuoverla. Ma resta immutata l’ordinanza n. 78 del 7 marzo scorso con la quale il comune di Vico Equense ha disposto la chiusura della strada.

Per i nuclei familiari residenti, i lavoratori delle stazioni di ripetizione dei segnali Rai e Mediaset, gli esercenti e i proprietari di case superstiti dopo la miriade di abbandoni degli ultimi 20 anni, la situazione è kafkiana. Per il divieto i bambini non potrebbero andare a scuola, gli adulti a lavoro, né a rifornirsi di generi di necessità: gli esercizi aperti sono in tutto 8, considerando anche il bar, i rifugi e i ristoranti. I tecnici dei ripetitori e gli esercenti non potrebbero andare a lavorare. I proprietari si vedrebbero sospesa la possibilità di raggiungere le proprie case,

il cui valore immobiliare è bassissimo e cui costi sono spaventosi. La manutenzione infatti, vista la durezza del clima, raggiunge cifre molto elevate, e, come se non bastasse il danno, ci sono anche la beffe. La prima: se non si paga “un guardiano” avere uno o più furti in casa è praticamente una certezza. La seconda: le rendite catastali fissate dal comune di Vico Equense per la zona sono equiparate a quelle di Capri e Sorrento, con il risultato che per l’Imu, Taser, Tares e tasse affini si pagano tanti soldi per ricevere quasi nessun servizio.

Le discariche. Prima di arrivarci, al Faito

Che il Parco Regionale dei Monti Lattari, istituito  il 13 novembre del 2003, con Decreto del Presidente della Giunta Regionale della Campania n. 781, sia come un figlio indesiderato, o come una legge rimasta sulla carta, lo si capisce appena arrivati nei pressi della salita della Reggia Borbonica del Quisisana a Castellammare, recentemente ristrutturata e circondata da un verde lussureggiante. Ti promette il paradiso, salvo scoprire che l’inferno ha cominciato a divorare pezzi di territorio. Come accennato, la strada che va al monte, quella costruita sulla traccia di una vecchia mulattiera da Girolamo Giusso –  antico proprietario del Faito, alpinista e ambientalista ante litteram – ogni volta che si “allarga” mostra l’idea dominante di “fruizione” delle aree vincolate: discarica e, a uno sguardo più attento, riserva di legno. Scarpe vecchie, lattine, giocattoli rotti, secchi di vernice vuoti, tubi, cesti e bottiglie di plastica, materassi, frigoriferi da bar, parabrezza di auto, materiale da demolizione edilizia, pneumatici e, dulcis in fundo, pannelli di amianto, si affollano oltre i tornanti o lungo i “sentieri” tracciati perpendicolarmente dalle vie del taglio abusivo. Come se fosse la cosa più normale del mondo, nell’inerzia di (quasi) tutti gli organi competenti.

Più a Est, percorrendo i viali dei giardini della reggia borbonica in direzione Pimonte, le cose non migliorano. Qualche segno di frane e smottamenti, ma soprattutto i torrenti usati come sversatoi. Oltre gli pneumatici, il solito frigorifero e materiale vario, si possono anche ammirare i resti di quello che fu un divano letto. Ma la sorpresa è un’altra: scoprire che alcuni pannelli di amianto sono stati rinchiusi in teloni cerati dai vigili del fuoco, che poi transennarono l’area con la dicitura “115 vietato oltrepassare”. Il nastro che la recava, giace insieme al resto dei rifiuti.

Tra il piazzale dei Capi e San Michele. Qualcosa è cambiato

A guardarlo sulle mappe, il Faito lo si trova prima come “villaggio” che come “monte”. In realtà distribuite su un territorio di poche decine di chilometri quadrati, in gran parte ricoperti di boschi di conifere, vivono fisse una ventina di famiglie. Eppure, occhio e croce, le abitazioni sono tra due e trecento. Un terzo delle quali abbandonate. Sono il retaggio dell’epoca d’oro, quando c’erano  il maneggio e la stazione sciistica, il grand hotel,  l’ufficio postale, la stazione dei carabinieri, il cinema, la pompa di benzina e una fattoria; quando non era insolito vedere personalità di primissimo piano inaugurare e presenziare eventi e manifestazioni sportive; quando “questo posto faceva concorrenza, battendole, a località turistiche come Capri e  Sorrento”, racconta Luigi Vanacore, fondatore e titolare del Bar Belvedere, una leggenda vivente, un punto di riferimento molto di più delle istituzioni per  chi frequenta il Faito. Che poi si lascia andare, non senza disappunto a un “se continua così, vendiamo e andiamo via”. A dirlo è un uomo che ha superato gli ottanta anni, gli ultimi 50 dei quali spesi a lavorare nel suo bar “senza saltare nemmeno un giorno”.

Eppure quel bar è a pochi passi dal Piazzale dei Capi e da uno dei panorami più belli d’Italia, perché al di là delle condizioni meteo, la visuale che garantisce quasi sempre va da Capo Posillipo a Punta Campanella, con il favoloso corredo di isole e Vesuvio. L’altro panorama mozzafiato è a due ore di cammino, sulla punta di San Michele, dove la leggenda vuole sia apparso l’Arcangelo a san Catello e dove oltre al santuario rusticamente rimodernato si stagliano mastodontici i ripetitori della TV.
Tra i due luoghi simbolo, in un viaggio ideale, si colma la distanza di venticinque anni di abbandono e degrado  progressivi. Con una data a segnare l’inizio della fine, il 10 agosto 1996, quando sul Monte Faito sparì la piccola Angela Celentano. Da allora il nome di questa località nell’immaginario collettivo è legato a un evento terribile, una sorta di luogo dove tutto può accadere. Musica per le orecchie di chi considera la legislazione del parco regionale un impaccio di cui farsi beffa.

Di male in peggio

Un ulteriore “salto regressivo”, racconta chi il Faito lo conosce, è avvenuto nell’ultimo paio di anni.  E’ allora che sono cominciati i tagli abusivi sulla “strada privata del Quisisana”, quest’anno estesi alle zone “interne”, peraltro molto più battute. Iniziati e continuati nel silenzio e nell’inerzia più assoluta: quello che era visibile a tutti i frequentatori della strada, sfuggiva misteriosamente al Corpo Forestale, alle forze dell’ordine e perfino ad alcuni assessori della vecchia giunta comunale di Castellammare. A nulla sono valse le segnalazioni che la Pro-Faito Onlus, l’associazione che raccoglie gli aficionados del posto, ha fatto a tutti gli organi competenti, dalla Regione al Corpo Forestale dello Stato. E per conoscenza alla procura della Repubblica.

Poco più di una settimana fa, il taglio di un pino all’altezza del chilometro 14,200 della sp 269, nella caduta ha travolto i fili della rete elettrica, lasciando senza luce per alcuni giorni alcune famiglie residenti. Non è un caso isolato. Sulla strada che da Pian del Pero porta alla Conocchia è ben visibile l’attività di taglio nel fággeto circostante. A interrogarsi sulle ragioni di quest’assalto da predatori, qualche risposta arriva. Fino a qualche anno fa, le vecchie figure dei “guardiani” delle case dei villeggianti erano anche garanti di un codice etico, per il quale si poteva tollerare il taglio per il rifornimento proprio di legna, ma non per la vendita. Oggi nessuno è in grado di far rispettare questa legge non scritta.

Politica e vecchie promesse

Ma soprattutto sarebbe cambiato il quadro politico. Se i pochi residenti di “su” hanno le bocche cucite, scendendo al livello del mare le conversazioni danno luogo a ipotesi interessanti. Con la Regione e la Provincia proprietari al 50% di tutti i suoli non privati della montagna, il progetto di rinascita del Faito sarebbe stato appannaggio per lungo tempo di Gennaro Cinque, sindaco di Vico Equense, da sempre legato al centrodestra campano, ma che negli ultimi tempi si sarebbe ritrovato orfano dei suoi referenti in Provincia e in Regione, soprattutto dopo la “caduta” di personaggi di spicco tra le fila dei berluscones come Luigi Cesàro e Nicola Cosentino. Sarebbe nata così l’operazione, per evitare ogni imbarazzo alla maggioranza di centrodestra, che vede Antonio Marciano, consigliere regionale del PD annunciare lo  “sblocco dei fondi per la riapertura della funivia” e per “la messa in sicurezza della strada del Quisisana”. Quattro milioni di euro, a cui potrebbero seguirne altri. Una rottura con il passato, che avrebbe lasciato un vuoto politico sul territorio e  il disappunto di vedere gli indirizzi di spesa fuori la possibilità di  influenza locale, almeno sul versante di Vico. Il conseguente “rompete le righe” avrebbe dato via libera a un incremento delle attività di sfruttamento illecito della zona.

Ecco spiegata la pratica di fare legna al Faito, dopo quella consolidata di abbandono degli animali. Quello, per esempio, non privo di rischi per gli escursionisti, dei cani, che finiscono con il fare branco, ma anche quello abbastanza insolito dei cavalli imbolsiti e dei vecchi asini o muli, che pascolano sulle strade solitarie della zona ostruendone talvolta la circolazione.
Tutto questo in attesa che le istituzioni e la politica caccino dal cappello a cilindro un progetto di rilancio forte, da sempre evocato e mai arrivato. Intanto qualcosa si muove. Don Catello Malafronte, parroco di Castellammare, ha ottenuto in affitto per sei anni 7.300 metri quadri di patrimonio indisponibile della Regione, a un canone “ pari al 10% del valore locativo di mercato”, ovvero 570 euro all’anno.

“E’ una cosa che ci meraviglia molto – spiega Dario Russo, presidente della Pro-Faito Onlus – perché noi facciamo una fatica terribile per ottenere una considerazione anche minima dalla Regione.  E’ da qualche anno che proviamo a ragionare con le istituzioni e a proporre piccoli progetti di rilancio per il Faito. Non ci hanno mai risposto. L’ultima proposta, quella di impiantare alberelli da frutta a nostre spese in una particella catastale opportunamente individuata, è riuscita per la prima volta a ottenere l’autorizzazione della Provincia e dello STAPF. Ma rischia di perdersi nel mare magnum della burocrazia regionale.”
Sul Faito per molti Dio esiste, e la chiesa pure. E’ lo Stato che si è smarrito.

da piazzadelplebiscito.org

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