aprile 2010

Napoli, i disoccupati e la sinistra

by admin 1 on 30 aprile 2010

in economia e lavoro

di Gianni Aniello

Sono decenni che i movimenti dei disoccupati infliggono schiaffi alla città. Lo hanno fatto, sempre, attraversandone con i loro cortei le arterie nevralgiche, paralizzando un traffico di per sé già caotico, mostrando la faccia, talvolta anche somaticamente, di un disagio che si fa cattivo, che non esita a usare furbescamente l’arma del ricatto. Figli rinnegati di quel “ventre di Napoli” a cui la politica non ha saputo, o voluto, guardare, se non per attingere consenso elettorale.

Quando è toccato alla sinistra governare, le soluzioni adottate non sono state né efficaci né strutturali. Si è puntato essenzialmente sulla formazione perpetua e l’assorbimento in società miste prive di veri piani industriali, perché concorrenti di quelle private (bisognava assecondare la logica delle esternalizzazioni, che, si sa, in assenza di un’ossatura produttiva costituiscono l’orizzonte di sviluppo imprenditoriale).

Una specie di politica dei due forni: da un lato si civettava coi grandi gruppi e il ceto imprenditoriale, continua… →

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di Guido D’Agostino,
presidente dell’Istituto Campano per la Storia della Resistenza

A 65 anni, oramai, dal 25 aprile 1945, è più che mai necessario tornare con il cuore e con la mente all’evento-simbolo della storia contemporanea del Paese: la liberazione dal nazifascismo (1945). Ricordare, dunque, e, ricordando, provare a farlo rivivere e ad approfondirne il significato.

Non sempre è facile e non dappertutto ricorrenze del genere, pur tanto cariche di implicazioni sociali, civili e politico-culturali, continuano nel tempo a fare breccia nel quotidiano e nell’immaginario della gente. Occorre pertanto lavorare in questa direzione e che ognuno faccia la sua parte: politico, uomini e donne che siedono nelle istituzioni rappresentative e di governo, la scuola, le associazioni ed enti culturali, i mass media, e via dicendo; non ultimi, i cittadini comuni ma che vivono in maniera attiva e militante la propria cittadinanza.

Più specifico, ancora, al riguardo il ruolo della storia e degli storici, il cui compito non è forse propriamente quello di rasserenare gli animi disorientati continua… →

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di Raffaele Porta,
Presidente dell’Osservatorio Euromediterraneo e del Mar Nero

Dal 13 aprile 2010 è esecutiva una nuova ordinanza (la n. 1650, approvata dal Comando supremo dell’esercito israeliano) sull’emigrazione forzata di decine di migliaia (si calcola almeno 80.000) di palestinesi dalla Cisgiordania. “Clandestini” o “infiltrati” a casa propria, e quindi soggetti a espulsione. O meglio… a deportazione.

Questo accadrà ai palestinesi che verranno trovati da oggi senza ID, la carta di identità rilasciata da Israele, o con un documento ritenuto non “conforme”. In base alla nuova ordinanza militare questi palestinesi saranno considerati “infiltrati in terra d’Israele” , e potranno essere cacciati o imprigionati, o comunque trattati sulla base dei regolamenti militari. L’ordinanza si riferisce in particolare ai palestinesi sui cui documenti d’identità è scritto “nato a Gaza”, a coloro il cui indirizzo nella carta di identità risulta essere la Striscia di Gaza, o a coloro che pur essendo nati in Palestina hanno perso la condizione di residenti. continua… →

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di Pietro Masina
Docente di Economia politica internazionale all’Università di
Napoli
“L’Orientale”

La sinistra non è stata sconfitta né da Berlusconi né dalle sue televisioni. Il declino è iniziato prima sia in Italia che nel resto dell’Occidente. In Italia la data simbolica è il 1980, con la marcia “dei quarantamila” contro l’occupazione della FIAT. In quegli stessi mesi si insediava la Thatcher in Gran Bretagna e Reagan veniva eletto Presidente degli USA. Nel 1984 il PCI e la sinistra della CGIL perdevano il referendum sulla scala mobile. In quello stesso anno la Thatcher piegava il sindacato dei minatori e affondava il vecchio Labour.
Tanto è stata grave la sconfitta che è stata persino rimossa. Più facile addossare ogni colpa alla forza del Cavaliere Ridens o all’incapacità (o addirittura al tradimento) dei dirigenti o delle altre formazioni di una sinistra sempre più frammentata e rissosa. Dentro ai partiti sono nate correnti e dentro le correnti piccoli leader, tutti protesi a prendere il comando di scialuppe che, però, non sanno più tenere il mare.

E’ necessario, invece, ripartire dalle ragioni profonde della sconfitta e da lì poi costruire una strategia che possa portarci a vincere di nuovo. La controrivoluzione neoliberista di von Hayek e Friedman ha messo in crisi il compromesso socialdemocratico che aveva retto la ricostruzione dell’Europa dopo la Seconda Guerra Mondiale. Le politiche Keynesiane sono state accusate di creare inflazione e stagnazione. La rigidità del fordismo è stata ribaltata in lavoro flessibile e in sostanza in una generale precarizzazione della vita. Ma l’operazione è stata egemonica perché ha sconfitto degli ideali di giustizia sociale e di solidarietà nel nome della libertà individuale. L’individualismo proprietario di Berlusconi non è altro che la riproposizione delle idee neoliberiste – come le sue politiche economiche e la sua idea di riforma fiscale. In tutto l’Occidente la controrivoluzione ha portato ad una crescente polarizzazione di reddito fra una piccola elite di super ricchi e tutto il resto, impoverendo anche i vecchi ceti medi. Ma in Italia questa polarizzazione è stata molto più forte che altrove, forse facilitata dalla tenuta della famiglia come forma di ammortizzatore sociale.

Di fronte alla avanzata del neoliberismo la sinistra non è stata in grado di opporre un forte progetto alternativo. Si è messa sulla difensiva e quindi in una posizione subalterna. In Italia, addirittura, la scarsa tradizione riformistica della sinistra (cioè del vecchio PCI) ha fatto passare versioni soft del neoliberismo per una risposta al dilagare della destra. Il risultato è stato un ulteriore indebolimento della capacità di analisi e di iniziativa. Quando si è arrivati al governo del Paese, si è confuso il risanamento dei conti, la riforma dell’amministrazione, un migliore funzionamento del mercato – tutte cose utili, ma ovviamente insufficienti a qualificare un politica alternativa alla destra – con una strategia di riforme di struttura. La grande questione irrisolta, e addirittura innominata, è rimasta quella del lavoro e della distribuzione di reddito. Non si è compreso che solo rimettendo al centro il lavoro si poteva aprire una vera trattativa con Confindustria e con le imprese. Il capitalismo italiano, si sa, quando non è spronato con vigore tende a rintanarsi nella ricerca di facili rendite trascinando il paese verso una posizione sempre più debole a livello internazionale. Il disinteresse di Confindustria per la scuola e per l’università è il naturale corollario di una strategia di continua riduzione del costo del lavoro per produzioni sempre più dequalificate da affidare ad una manodopera scarsamente formata e politicamente docile. E in una società senza speranza sono le illusioni della sottocultura dei reality show a dominare – di nuovo, Berlusconi non inventa nulla, si limita ad importare dall’estero modelli già sperimentati.

In parole povere, la scommessa della sinistra deve essere continua… →